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In
questa pagina sono raccolti alcuni "frammenti" letterari che
costituiscono una epifania di don Tonino, un uomo che non ha solo manifestato il
suo pensiero da un punto di vista squisitamente letterario, ma che con la sua
stessa vita ha incarnato le idee in cui ha creduto fino alla morte terrena.

STOLA E
GREMBIULE
Forse a qualcuno può sembrare un'espressione irriverente, e l'accostamento
della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.
Si,
perché di solito la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove con tutti
gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sé, con la
sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami. Non c'è novello
sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima
messa solenne, una stola preziosa.
Il
grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio,
richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di
macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è
articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete.
Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale
vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo,
non parla né di casule, né di amitti, né di stole, né di piviali.
Parla
solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto
squisitamente sacerdotale.
Chi
sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con
l'aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di samice
d'oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d'argento!
La
cosa più importante, comunque, non è introdurre il "grembiule"
nell'armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule
sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi,
meglio ancora, sono come l'altezza e la larghezza di un unico panno di servizio:
il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule
resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe
fatalmente sterile.
...
Nel
nostro linguaggio canonico, ai tempi del seminario, c'era una espressione che
oggi, almeno così pare, sta fortunatamente scomparendo: "diritti di
stola". E c'erano anche delle sottospecie colorate: "stola
bianca" e "stola nera". Ci sarebbe da augurarsi che il vuoto
lessicale lasciato da questa frase fosse compensato dall'ingresso di un'altra
terminologia nel nostro vocabolario sacerdotale: "doveri di
grembiule"! Questi doveri mi pare che possano sintetizzarsi in tre parole
chiave: condivisione, profezia, formazione politica.
Speriamo
che i seminari formino i futuri presbiteri ai "doveri di grembiule"
non solo con la stessa puntigliosità con cui li informavano sui "diritti
di stola", ma con la stessa tenacia, col medesimo empito celebrativo e con
l'identico rigore scientifico con cui li preparano ai loro compiti liturgici.
da:
Stola e grembiule, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1993

AUGURI SCOMODI
Carissimi,
non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza
darvi disturbo.
Io,
invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere
auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi
lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come
indesiderati.
Tanti
auguri scomodi, allora , miei cari fratelli!
Gesù
che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte
verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera,
di silenzio, di coraggio.
Il
Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale
del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno
sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio
che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera
diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la
schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria,
che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il
frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo
struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita
accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica
diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe,
che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni
paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre
tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a
quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che
versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza
lavoro.
Gli
angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta
tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con
l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si
sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si
condannano popoli allo sterminio della fame.
I
Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la
città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete
vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che
le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
I
pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e
scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese,
il gaudio dell’abbandono in Dio.
E
vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per
morire ricchi.
Buon
Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

TANTI
AUGURI
"Ragazzi,
vi faccio anch'io tanti auguri. Tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia,
tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché a voi ragazzi e ragazze
fioriscano tutti i sogni. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la
trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che
sempre ci sommergono. Vedrete come fra poco la fioritura della primavera
spirituale inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della
storia. Non andiamo verso la catastrofe, ricordatevelo. Quindi gioite! Il
Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non
barattate mai l'onestà con un pugno di lenticchie. Vorrei dirvi tante cose,
soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella che possiamo sentire
anche adesso, se noi recidessimo un po' dei nostri impegni così vorticosi,
delle nostre corse affannate.
Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amate con tutto
il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello
che Gesù vi dice con semplicità di spirito.
Poi amate i poveri. Amate i poveri perché è da loro
che viene la salvezza. Non arricchitevi, è sempre perdente colui che vince al
gioco della borsa.
Vi abbraccio, tutti, uno ad uno, e, vi vorrei dire,
guardandovi negli occhi: TI VOGLIO BENE".

OCCHI
NUOVI
Nella
preghiera eucaristica ricorre una frase che sembra mettere in crisi certi moduli
di linguaggio entrati ormai nell'uso corrente, come ad esempio l'espressione
“nuove povertà”.
La
frase è questa: "Signore, donaci occhi per vedere le necessità e le
sofferenze dei fratelli...”.
Essa
ci suggerisce tre cose.
Anzitutto
che, a fare problema, più che le “nuove povertà”, sono gli “occhi
nuovi” che ci mancano. Molte povertà sono “provocate” proprio da questa
carestia di occhi nuovi che sappiano vedere. Gli occhi che abbiamo sono troppo
antichi. Fuori uso. Sofferenti di cataratte. Appesantiti dalle diottrie. Resi
strabici dall'egoismo. Fatti miopi dal tornaconto. Si sono ormai abituati a
scorrere indifferenti sui problemi della gente. Sono avvezzi a catturare più
che a donare. Sono troppo lusingati da ciò che “rende” in termini di
produttività. Sono così vittime di quel male oscuro dell'accaparramento, che
selezionano ogni cosa sulla base dell'interesse personale. A stringere, ci
accorgiamo che la colpa di tante nuove povertà sono questi occhi vecchi che ci
portiamo addosso. Di qui, la necessità di implorare “occhi nuovi”. Se il
Signore ci favorirà questo trapianto, il malinconico elenco delle povertà si
decurterà all'improvviso, e ci accorgeremo che, a rimanere in lista d'attesa,
saranno quasi solo le povertà di sempre.
Ed
ecco la seconda cosa che ci viene suggerita dalla preghiera della Messa.
Oltre
alle miserie nuove “provocate” dagli occhi antichi, ce ne sono delle altre
che dagli occhi sono “tollerate”. Miserie, cioè, che è arduo sconfiggere
alla radice, ma che sono egualmente imputabili al nostro egoismo, se non ci si
adopera perché vengano almeno tamponate lungo il loro percorso degenerativo.
Sono nuove anch'esse, nel senso che oggi i mezzi di comunicazione ce le sbattono
in prima pagina con una immediatezza crudele che prima non si sospettava
neppure. Basterà pensare alle vittime dei cataclismi della storia e della
geografia. Ai popoli che abitano in zone colpite sistematicamente dalla siccità.
Agli scampati da quelle bibliche maledizioni della terra che ogni tanto si
rivolta contro l'uomo. Alle turbe dei bambini denutriti. Ai cortei di gente
mutilata per mancanza di medicine e di assistenza. Anche per queste povertà ci
vogliono occhi nuovi. Che non spingano, cioè, la mano a voltar pagina o a
cambiare canale, quando lo spettacolo inquietante di certe situazioni viene a
rovinare il sonno o a disturbare la digestione.
E
infine ci sono le nuove povertà che dai nostri occhi, pur lucidi di pianto, per
pigrizia o per paura vengono “rimosse”. Ci provocano a nobili sentimenti di
commossa solidarietà, ma nella allucinante ed iniqua matrice che le partorisce
non sappiamo ancora penetrare. La preghiera della Messa sembra pertanto voler
implorare: “Donaci, Signore, occhi nuovi per vedere le cause ultime delle
sofferenze di tanti nostri fratelli, perché possiamo esser capaci di
“aggredirle”. Si tratta di quelle nuove povertà che sono frutto di
combinazioni incrociate tra le leggi perverse del mercato, gli impianti
idolatrici di certe rivoluzioni tecnologiche, e l'olocausto dei valori
ambientali, sull'altare sacrilego della produzione. Ecco allora la folla dei
nuovi poveri, dagli accenti casalinghi e planetari.
Sono,
da una parte, i terzomondiali estromessi dalla loro terra. I popoli della fame
uccisi dai detentori dell'opulenza. Le tribù decimate dai calcoli economici
delle superpotenze. Le genti angariate dal debito estero. Ma sono anche i
fratelli destinati a rimanere per sempre privi dell'essenziale: la salute, la
casa, il lavoro, la partecipazione. Sono i pensionati con redditi bassissimi.
Sono i lavoratori che, pur ammazzandosi di fatica, sono condannati a vivere
sott'acqua e a non emergere mai a livelli di dignità. Di fronte a questa gente
non basta più commuoversi. Non basta medicare le ustioni a chi ha gli abiti in
fiamme. I soli sentimenti assistenziali potrebbero perfino ritardare la
soluzione del problema. Occorre chiedere “occhi nuovi”.
“Donaci
occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli. Occhi nuovi,
Signore. Non cataloghi esaustivi di miserie, per così dire, alla moda. Perché,
fino a quando aggiorneremo i prontuari allestiti dalle nostre superficiali
esuberanze elemosiniere e non aggiorneremo gli occhi, si troveranno sempre
pretestuosi motivi per dare assoluzioni sommarie alla nostra imperdonabile
inerzia.
Donaci
occhi nuovi, Signore”.

AI
SUOI AMICI IL SIGNORE DA’ IL PANE NEL SONNO
Eccoci,
Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci
sentiamo sfiniti ,non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo
coperto chi sa quali interminabili rettilinei. È perché, purtroppo, molti
passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo i
tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni
della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e
non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te. Forse mai, come in
questo crepuscolo dell’anno, sentiamo nostre le parole di Pietro: “Abbiamo
faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla”.
Ad
ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la
povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di te non possiamo far nulla.
Ci agitiamo soltanto.
Grazie,
perché obbligandoci a prendere atto Dei nostri bilanci deficitarii, ci fai
comprendere che, se non sei tu che costruisci la casa, invano vi faticano i
costruttori. E che, se tu non custodisci la città, invano veglia il custode. E
che alzarsi di buon mattino, come facciamo noi, o andare tardi a riposare per
assolvere ai mille impegni giornalieri, o mangiare pane di sudore, come ci
succede ormai spesso, non è un investimento redditizio se ci manchi tu. Il
Salmo 127, avvertendoci che, il pane, tu ai tuoi amici lo dai nel sonno, ci
rivela la più incredibile legge economica, che lega il minimo sforzo al massimo
rendimento. Ma bisogna esserti amici. Bisogna godere della tua comunione.
Bisogna vivere una vita interiore profonda. Se no, il nostro è solo un tragico
sussulto di smanie operative, forse anche intelligenti, ma assolutamente sterili
sul piano spirituale.
Grazie, Signore, perché, se ci fai sperimentare la povertà della mietitura e
ci fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre, tu dimostri di volerci
veramente bene, poiché ci distogli dalle nostre presunzioni corrose dal tarlo
dell’efficientismo, raffreni i nostri desideri di onnipotenza, e non ci esponi
al ridicolo di fronte alla storia: anzi, di fronte alla cronaca.
Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell’anno, esigono il nostro
rendimento di grazie. Grazie, perché ci conservi nel tuo amore. Perché ancora
non ti è venuto il voltastomaco per i nostri peccati. Perché continui ad aver
fiducia in noi, pur vedendo che tantissime altre persone ti darebbero forse ben
diverse soddisfazioni. Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad
intendere che non sai fare a meno di noi. Perché ci infondi il coraggio di
celebrare i santi misteri, anche quando la coscienza della nostra miseria ci fa
sentire delle nullità e ci fa sprofondare nella vergogna. Grazie, perché ci
sai mettere sulla bocca le parole giuste, anche quando il nostro cuore è
lontano da te. Perché adoperi infinite tenerezze, preservandoci da impietosi
rossori, e non facendoci mancare il rispetto dei fedeli, la comprensione dei
collaboratori, la fiducia dei poveri. Grazie, perché continui a custodirci
gelosamente, anzi, a nasconderci , come fa la madre con i figli più discoli.
Perché sei un amico veramente unico, e ti sei lasciato così sedurre
dall’amore che ci porti, che non ti regge l’animo di smascherarci dinanzi
alla gente, e non fai venir meno agli occhi degli uomini i motivi per i quali,
nonostante tutto, continuiamo a essere reverendi . Grazie, Signore, perché non
finisci di scommettere su di noi. Perché non ci avvilisci per le nostre
inettitudini. Perché, al tuo sguardo, non c’è bancarotta che tenga. Perché,
a dispetto delle letture deficitarie delle nostre contabilità, non ci fai
disperare. Anzi, ci metti nell’anima un così vivo desiderio di ricupero, che
già vediamo il nuovo anno come spazio della Speranza e tempo propizio per
sanare i nostri dissesti. Spogliaci, Signore, d’ogni ombra di arroganza.
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza Donaci un futuro gravido
di grazia e di luce E di incontenibile amore per la vita. Aiutaci a spendere per
te Tutto quello che abbiamo e che siamo. E la Vergine tua madre ci intenerisca
il cuore. Fino alle lacrime.

DAMMI,
SIGNORE, UN ALA DI RISERVA
Voglio
ringraziarti, Signore, per il dono della vita.
Ho
letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un'ala soltanto: possono
volare solo rimanendo abbracciati.
A
volte nei momenti di confidenza oso pensare, Signore, che anche Tu abbia un'ala
soltanto, l'altra la tieni nascosta... forse per farmi capire che Tu non vuoi
volare senza me.
Per
questo mi hai dato la vita, perché io fossi tuo compagno di volo.
Insegnami
allora a librarmi con Te perché vivere non è trascinare la vita, non è
strapparla, non è rosicchiarla: vivere è abbandonarsi come un gabbiano
all'ebbrezza del vento; vivere è assaporare l'avventura della libertà, vivere
è stendere l'ala, l'unica ala con la fiducia di chi sa di avere nel volo un
partner grande come Te.
Ma
non basta saper volare con Te, Signore: Tu mi hai dato il compito di abbracciare
anche il fratello, e aiutarlo a volare. Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le
ali che non ho aiutato a distendersi: non farmi più passare indifferente
davanti al fratello che è rimasto con l'ala, l'unica ala, inesorabilmente
impigliata nella rete della miseria e della solitudine e si è ormai persuaso di
non essere più degno di volare con Te: soprattutto per questo fratello
sfortunato dammi, o Signore, un'ala di riserva.

"VIVERE
DA INNAMORATI..."
Innamorarsi
di Gesù Cristo, come fa chi ama perdutamente una persona e imposta tutto il suo
impegno umano e professionale su di lei, attorno a lei raccorda le scelte della
sua vita, rettifica i progetti, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge
i difetti, modifica il suo carattere, sempre in funzione della sintonia con lei.
Cosa non fa ad esempio un uomo per la sua donna, perché ha impostato la sua
vita su di lei?
Osservando la vita di tanti nostri amici, dei nostri compagni di studi, ci
accorgiamo come l'amore totalizzante investe non soltanto l'aspetto della loro
affettività, ma trascina nel suo vortice i giorni, le notte, il riposo, il
lavoro, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze. E'un investimento
totale.
Quando parlo di innamoramento di Gesù Cristo voglio dire questo: un
investimento totale della nostra vita. Per noi il Signore non e' una fascia, una
frangia, un merletto, sia pure notevole, che si aggiunge al panneggio della
nostra esistenza.
L'amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, e' ambiguo. Il
Part-time, il servizio a ore, magari col compenso maggiorato per lo
straordinario, con Cristo non e' ammissibile; un servizio a ore saprebbe di
mercificazione..
Innamorarsi di Gesù cristo vuol dire: conoscenza profonda di lui, dimestichezza
con lui, frequenza diuturna nella sua casa, assimilazione del suo pensiero,
accoglimento senza sconti delle esigenze più radicali del Vangelo. Vuol dire
ricentrare davvero la vita intorno al Signore Gesù, perché la nostra
esistenza, come diceva Dietrich Bonhoeffer, diventi "una esistenza
teologica".
(
tratto da "Cirenei della Gioia - esercizi spirituali predicati a
Lourdes"di don Tonino Bello Ed. San Paolo, pag.81)

da
PIETRE DI SCARTO
Carissimi
sono un po' triste perché so che questa lettera forse non la leggerete. Quelli
che non contano niente, di solito, giornali non ne comprano. Prima di tutto
perché non hanno soldi da sprecare. E poi perché i giornali sono diventati
difficili. Anche quelli di Chiesa. Si rivolgono quasi sempre a persone istruite.
E trattano argomenti che non hanno nulla a che fare con i problemi che voi
vivete, con le difficoltà in cui vi dibattete, con l'indifferenza che vi
circonda. Voi non fate storia. Qualche volta fate cronaca: quasi sempre cronaca
nera. Eppure, chi conosce la trama dei vostri giorni sfilacciati sa che avreste
da raccontare tanta cronaca bianca, da far trasalire la città. Ma la cronaca
bianca non fa notizia. Voi non fate storie.Perché non sapete parlare. E, anche
quando vi sentite bruciare dentro le ingiustizie della terra, le parole vi
muoiono in bocca. Anzi, vi capita spesso di pensare che, forse, ad av3er torto
siete voi. Voi non fate peso. Eppure siete turba. Quelli che contano si
ricordano di voi all'occasione del voto. Ma dopo quel momento, siete solo di
peso. Voi appartenete al mondo sommerso della città. Quello che non cambia mai.
Perché, i mutamenti riguardano quasi sempre la superficie. Come succede sul
mare: oggi é scirocco e le onde vanno di qua, domani é tramontana e le onde
sbattono di là. I fondali, però, rimangono inalterati. La politica vi passa
sulla testa.Ogni tanto, di sopra, cambia lo "scenario", come dicono
oggi. Ma voi rimanete sempre sotto la botola. Al massimo, bene che vi vada,
raggiungete il livello di calpestio. Anche la religione vi passa sulla testa. É
vero che qualche volta vi afferra il cuore, fino a farvi lacrimare. Ma più per
quei crepacci di mistero che si aprono sul pavimento, che per quelle fessure di
luce che si squarciano sul tetto. Di solito, voi rimanete estranei all'eloquenza
del rito. Vi sfugge la profondità dei segni. Non capite il senso di certe
parole. Ebbene, con la stessa sofferenza ma anche con la stessa speranza di Gesù
che ebbe compassione delle folle, desidero rivolgermi proprio a voi. A voi che
non contate nulla agli occhi degli uomini, ma che davanti agli occhi di Dio
siete grandi. Appunto, questa é la cosa più urgente che voglio dirvi: davanti
agli occhi di Dio voi siete grandi. Per lui, infatti, meriti personali a parte,
Giovanni Paolo II é importante come Antonio, che fa il subacqueo di frodo per
campare la sua famiglia. Gorbaciov vale quanto Pantaleo che, come un ebete, se
ne va in giro tutto il giorno col cane. E Nelson Mandela, liberato nella gloria,
ha le stesse quotazioni di Said, negro anche lui, ma che, braccato dal
disinteresse generale, é rimasto prigioniero nelle sacche della miseria della
nostra città. Coraggio! Dio non fa graduatorie. Non sempre si lascia incantare
da chi sa parlare meglio. Non sempre si fa sedurre dal profumo dell'incenso, più
di quanto non si accorga del tanfo che sale dai sotterranei della storia.
Desidero rivolgermi a voi, perché sono convinto che il rinnovamento spirituale
può partire solo da coloro che non contano niente. Riappropriatevi della città.
Non sopportatela, ma vivetela. Vedrete: le cose cambieranno. Diversamente, non
basterà il ristrutturarsi delle istituzioni democratiche. Non saranno
sufficienti i buoni propositi dei partiti. Non approderà a nulla l'infittirsi
delle cosiddette scuole di politica. Saranno inutili i più raffinati programmi
pastorali. E non invertiranno la corsa del mondo neppure i proclami dei vescovi.
L'avvenire ha i piedi scalzi, diceva uno scrittore francese. E voleva intendere
che il futuro lo costruiscono i poveri. Sì, il processo di conversione a cui ci
chiama costantemente il Vangelo deve cominciare da voi. Se voi riuscirete a
liberarvi dalla rassegnazione, se riporrete maggiore fiducia nella solidarietà,
se la romperete con lo stile pernicioso della delega, se non vi venderete la
dignità per un piatto di lenticchie, se sarete così tenaci da esercitare un
controllo costante su coloro che vi amministrano, se provocherete i credenti in
Cristo a passare armi e bagagli dalla vostra parte, non tarderemo a vedere i
segni gaudiosi della risurrezione. E anche per la Chiesa verranno tempi nuovi. E
dal domicilio dei poveri, si sprigionerà un così forte potenziale
evangelizzatore, che la città traboccherà di speranza.
Vostro
don Tonino
(da
Tonino Bello "Pietre di scarto", La Meridiana - Luce & Vita, 1993)

CARO
GESU'
Ho
faticato non poco a trovarti.
Ero
persuaso che tu stessi laggiù,
dove
il Giordano rallenta la sua corsa
tra
i canneti e i ciottoli,
scintillando
sotto il velo tremante dell'acqua,
rendendo
più agevole il guado.
C'è
tanta folla in questi giorni che si accalca lì,
sulla
ghiaia del greto, per ascoltare Giovanni,
il
profeta di fuoco che non si lascia spegnere neppure nel fiume.
Immerso
fino ai fianchi dove il letto sprofonda
e
la corrente crea mulinelli di schiuma,
invita
tutti a entrare nell'acqua,
per
rivivere i brividi di un esodo antico e
mantenere
vive le promesse, gonfie di salvezza.
In
un primo momento,
conoscendo
la tua ansia di convivere con la gente,
e
sapendo che la tua delizia è stare
con
i figli dell'uomo,
pensavo
di trovarti in quell'alveare
di
umanità brulicante sugli argini.
Qualcuno,
però, che pure ti ha visto uscire
dal
Giordano,
grondante
di acqua e di Spirito,
e
mescolarti tra la turba di pubblicani e peccatori,
di
leviti e farisei, di soldati e prostitute,
mi
ha detto che da qualche giorno
eri
scomparso dalla zona.
Ora,
finalmente, ti ho trovato.
Ed
eccomi qui, accanto a te,
non
so bene se condotto anch'io dallo Spirito,
in
questo misterioso deserto di Giuda,
tana
di fiere e landa di ululati solitari.

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